La Città delle Bestie
Occorre custodire intimamente un’anima rivoluzionaria, operando però nel concreto, con metodo. (Zaccagnini)
sabato 23 gennaio 2016
Un ulteriore chiarimento
Un ulteriore chiarimento sul perché ho scelto di non partecipare alla manifestazione di oggi promossa dalle associazioni LGBT
In diversi, nel mio partito e fuori, mi chiedono a quale delle due manifestazioni, in occasione della legge sulle unioni civili, sceglierò di partecipare.
La risposta, come molte volte ho detto, è che non prenderò parte a nessuna delle due.
Da sempre, com'è noto, ho sostenuto questa legge, il famoso DDL Cirinnà 2081, che introduce, finalmente anche in Italia, una legge che regoli i diritti d'amore.
Tuttavia non mi sento di aderire alla manifestazione di oggi, promossa dal mondo LGBT, in quanto per me tale manifestazione nasce con un intento divisivo, proprio come quella del family day (dove, ci tengo a precisare, che rappresenta una minoranza del mondo cattolico, io stesso appartengo a quel mondo, e posso garantire che oltre l'80% è favorevole ad un riconoscimento delle unioni civili, nonostante la triste benedizione di mons. Bagnasco).
In Italia, mai come oggi, su questo tema c'è bisogno di unità, accantonando vecchie convinzioni e accettando che il mondo è profondamente cambiato. Il compito del legislatore, come amo dire sempre io, è prendere atto dei mutamenti che la realtà ci impone. E mai come oggi ci troviamo davanti a mutamenti radicali. Ciò non significa scardinare i valori che hanno costituito la nostra società, significa semplicemente estenderli a "nuove" (anche se, come ci ricordano gli antichi, sono sempre esistite) forme d'amore.
Il DDL Cirinnà è una buona legge, equilibrata, non intacca i principi della nostra costituzione e non modifica leggi legate alle procreazioni (in caso contrario, sia chiaro, non l'avrei sostenuta).
Auspico, da parte di tutti il buon senso, il non creare veti incrociati, il non creare divisioni «noi» e «voi». Le divisioni sono sempre pericolose.
Il mio partecipare all'hastag #svegliaitalia è un partecipare continuo, il mio parlare con la gente, il mio spiegare cosa introduce e cosa non introduce questa legge. Questo è il mio modo di aderire e di sostenere questa legge, non scendere in piazza a creare ulteriori divisioni. Ricordo che il termine stesso "cattolico", come ci ricorda Don Luigi Sturzo, indica "universalità" e come tale dobbiamo comportarci, come persone che non scelgono di discriminare, di dividere.
Siamo tutti figli di un stesso Dio e, per chi è meno filosofico, tutti figli dello stesso Stato!
Spero di aver chiarito la mia posizione.
Vi ringrazio, scusate, come al solito per eventuali errori, sono scritture di getto!
mercoledì 6 gennaio 2016
Unioni civili, la legge passerà ed il governo terrà
Finalmente, dopo mesi di duro ostruzionismo in commissione giustizia, abbiamo la data sulla discussione delle unioni civili (il famoso DDL Cirinnà) in Senato, che, per ragioni di tempo, andrà in aula senza relatore. Da giorni non si parla d'altro, in molti parlano di compromesso a ribasso per una legge che possa esser sostenuta anche del NCD in modo da salvaguardare il governo. Ma tale legge comporterà realmente un rischio per la non tenuta dell'esecutivo? In realtà, come più volte hanno sostenuto gli stessi esponenti del Nuovo Centrodestra, le legge non è frutto di un accordo di governo, bensì di un inter parlamentare, che è cosa alquanto diversa.
La scelta di slegare le unioni civili dal governo non fu fatta infatti a caso, era nota ai più l'opposizione, o meglio, la grande differenza di vedute che il Pd e il partito di Alfano avevano ed hanno su tale legge.
Il DDL in sede di commissione è passato con il sostegno di M5stelle, Sel e gruppo Misto, oltre chiaramente ai voti del Partito Democratico stesso, che, contrariamente a quanto dicono è compatto e coeso sulla necessità di dotare, finalmente, questo paese di una legge che regoli che "coppie di fatto".
Non è una sorpresa che le "grandi riforme" sui temi etici siano state slegate dagli esecutivi, già accadde nel 1975 e nel 1981 (queste le date dei referendum sul divorzio e aborto). Anche all'epoca, come ad oggi, tutti i partiti si divisero al proprio interno, compreso il "partito dei cattolici", all'epoca rappresentato compattamente dalla Democrazia Cristiana, dove in molti, in particolare sulla legge del '75 non seguirono l'indicazione del segretario nazionale, all'epoca Amintore Fanfani.
Dunque la legge passerà, con maggioranze diverse da quella di governo, poiché essa non è materia dello stesso. Parlare di altro è fantascienza.
(come al solito chiedo scusa per eventuali orrori di ortografia/sintassi, ma dato che scrivo qui alle 3 di notte e non ho tempo durante il giorno spero che non mi lapiderete xD)
La scelta di slegare le unioni civili dal governo non fu fatta infatti a caso, era nota ai più l'opposizione, o meglio, la grande differenza di vedute che il Pd e il partito di Alfano avevano ed hanno su tale legge.
Il DDL in sede di commissione è passato con il sostegno di M5stelle, Sel e gruppo Misto, oltre chiaramente ai voti del Partito Democratico stesso, che, contrariamente a quanto dicono è compatto e coeso sulla necessità di dotare, finalmente, questo paese di una legge che regoli che "coppie di fatto".
Non è una sorpresa che le "grandi riforme" sui temi etici siano state slegate dagli esecutivi, già accadde nel 1975 e nel 1981 (queste le date dei referendum sul divorzio e aborto). Anche all'epoca, come ad oggi, tutti i partiti si divisero al proprio interno, compreso il "partito dei cattolici", all'epoca rappresentato compattamente dalla Democrazia Cristiana, dove in molti, in particolare sulla legge del '75 non seguirono l'indicazione del segretario nazionale, all'epoca Amintore Fanfani.
Dunque la legge passerà, con maggioranze diverse da quella di governo, poiché essa non è materia dello stesso. Parlare di altro è fantascienza.
(come al solito chiedo scusa per eventuali orrori di ortografia/sintassi, ma dato che scrivo qui alle 3 di notte e non ho tempo durante il giorno spero che non mi lapiderete xD)
lunedì 26 ottobre 2015
avvocato o avvocata? Un inutile indottrinamento.
Quest'articolo, se così lo si può chiamare, tratterà un argomento a quanto insolito (visto il mio oggetto di studio/analisi), ovvero di una tendenza che gira da qualche anno, prevalentemente fuori dagli ambienti accademici, in merito agli studi di genere (meglio noti con la loro definizione inglese di gender studies).
La tendenza nasce non tantissimo tempo fa in ambiente anglosassone, su pressione dei movimenti femministi.
Ora, la domanda spontanea che sorge a tutti, che male c'è nello studio delle discipline umanistiche (e non solo) tenendo presente le differenze che intercorrono tra i due principali sessi esistenti in natura?
Beh! Se fosse questo l'oggetto di ricerca poco male, lo stesso Rousseau nel suo Emilio ci ricorda che «uomo e donna hanno pari dignità ma vocazioni diverse». Se fosse questo il motivo, sarebbe un po' la scoperta dell'acqua calda - aggiungo su nota personale in base a quello che è la mia "professione" di storico: già succede!! - il problema fondamentale è che questi gender studies non diventano nient'altro che un indottrinamento forzato e alquanto inutile per trasformare quel groviglio complesso e spesso inaccessibile anche ai più esperti del mondo accademico che sono le discipline linguistiche e storiche.
Personalmente mi sono sempre rifiutato di sostenere un esame di STORIA DELLE DONNE, cioè parliamoci chiaramente, perché fare un esame solo sulle donne? La storia è stata fatta insieme, da uomini e donne, che con le loro diversità hanno costituito quel complesso mondo che nei secoli si è evoluto fino ai giorni nostri.
Come dico sempre io a chi mi chiede il motivo di tutto ciò rispondo sempre in maniera quanto più scientifica possibile, se studio Marita Teresa d'Austria, la studio nel suo ruolo/mansione, nella sua persona, non certo perché donna!
Ma se per uno storico come me lo studio di genere dal punto di vista storiografico può sembrare un abominio (spesso purtroppo si applicano categorie contemporanee a epoche diverse, venendo meno i più basilari metodi di ricerca di storia sociale che insegnano già dal primo anno di università) figuriamoci cosa può diventare lo studio della linguistica secondo tali paramenti.
Ci tengo a ricordare che lo studio della LINGUISTICA STORICA (esame che per noi era una vera bestia nera, paragonato all'esame di analisi per gli ingegneri, il sottoscritto ha rifiutato ben tre voti!), è una disciplina scientifica a tutti gli effetti, non esistono teorie, le parole, i fonemi, i foni sono come le cellule, le molecole e gli atomi delle discipline chimico-biologiche.
Potreste mai immaginare qualcuno che in chimica o in biologia afferma che le cellule tumorali si possono curare con le foglie di basilico? O che il tumore non è nient'altro che una disfunzione ormonale? Ecco, coloro che affermano che la lingua italiana è sessista (parola orribile coniata con un intento puramente demagogico) compie esattamente lo stesso meccanismo.
La linguistica ha le sue radici, la sua storia, il suo studio, è affermare che parole come avvocato, assessore, chirurgo ecc sono discriminatorie in quanto non posseggono il femminile è pura ignoranza - nel senso che ignora completamente la disciplina -, l'italiano, come tutte le lingue del mondo, ha un suo passato, che fonda le sue radici nel latino, soprattutto nel suo vulgus , ha seguito regole fonetiche ben precise che hanno portato prima alla caduta delle vocali finali, poi al collasso delle declinazioni ed infine all'accorpamento del neutro nel maschile (chiaro questo altro non è che una spiegazione al quanto semplificata di mille regole che, per lo più, avrei difficoltà a spiegarvi, ma si può rimediare, basta comprare un manuale di linguistica storica, come il Franco Fanciullo, linguistica storica).
Tali teorie purtroppo vogliono non creare una vera parità, ma inculcare un idea di demarcazione che in teoria non esiste. Le differenze sono una ricchezza, per tutti, non un qualcosa da dover eliminare a tutti i costi.
Le stesse teorie purtroppo, portano a etichettare come maschilismo ogni forma di battuta da bar che comporti una donna nel mezzo, e se i protagonisti sono due uomini però va bene! (chiaro anche se è una donna a fare la battuta, l'importante è che non esca dalla bocca di un uomo!).
Questa non è parità, è ipocrisia. Utilizziamo etichette da regime per far passare idee assolutamente fallaci. La differenza culturale la facciamo noi, non quattro giornalisti da strapazzo che vogliono toccare la sensibilità dei più per farsi conoscere.
Lo stesso giornalismo che poi etichetta come "poco di buono" una donna che ha uno stile di vita libertino e che enfatizza quello di un uomo. Lo stesso giornalismo che enfatizza i rapporti a tre, che parla di libertà sessuale distruggendo i legami sentimentali, riducendo quel rapporto interpersonale unico e speciale che dovrebbe esser retto dall'amore solo e unicamente con il sesso, quel giornalismo che dice ai giovani pensate al piacere e non all'amore quel giornalismo triste e becero.
La vita, l'amore, il sesso, le pari opportunità, non passano per queste etichette. Le cose da combattere sono altre. E' da combattere il fatto che una donna non possa avere una vera libertà tra carriera e famiglia, che spesso viene discriminata perché "potrebbe" rimanere incinta, che non viene scelta perché si pensa che non si possa dedicare al lavoro come un uomo. Queste sono le cose da combattere, queste le politiche da attuare, non quest'inutile demagogia e questo indottrinamento degno dei migliori regimi.
(come sempre mi scuso di eventuali errori e/o imprecisioni, è un blog puramente personale, non è una testata giornalistica!)
sabato 17 ottobre 2015
“La Chiesa non può interferire. Basta ignorare le coppie gay”
Ai governanti spetta il compito di normare l’esistente». Perciò «in Italia non si può far finta che le unioni gay non esistano e che non ci siano diritti da riconoscere a queste coppie». L’esito del referendum irlandese, osserva il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, canonista e commissario Cei per l’immigrazione, «non va ignorato nel nostro paese».
Un’analisi lucida, senza fughe in avanti o sottovalutazione della portata del cambiamento. «In Irlanda il primo ministro Enda Kenny ha fatto i conti con la realtà: anche in Italia il governo deve prendere atto che esistono centinaia di migliaia di convivenze tra persone dello stesso sesso». Realtà che «hanno diritto a una regolamentazione». Anche la Chiesa deve fare la sua parte. «Noi come vescovi siamo chiamati ad accompagnare e assistere le persone nelle situazioni concrete in cui si svolge la loro vita piuttosto che a condannare ed escludere». Insomma, una voce autorevole dell’episcopato italiano ritiene che la vicenda irlandese suoni come un campanello anche per Matteo Renzi. Da Pantelleria, dove è in prima linea nel soccorso dei «boat people», l’ex sottosegretario Cei unisce alla missione di pastore la formazione da giurista: «Non si può nascondere la testa sotto la sabbia e lasciare una realtà sociale diffusa senza riconoscimento giuridico». E «i gay non sono malati da curare e sia nell’azione del legislatore, sia nella pastorale della Chiesa al centro deve esserci sempre la persona». E ciò a maggior ragione perché «non tutti hanno una professione di fede e i non credenti hanno parimenti diritto a veder tutelato un loro diritto di dignità». Senso pratico maturato nella decennale esperienza al fianco di Camillo Ruini al vertice della Chiesa italiana. Né barricate né sacri strali . Politica e cura d’anime. Ovunque.
La valanga dei sì alle nozze gay si riverbera da Dublino a Roma. «Quello che è accaduto in un paese più cattolico dell’Italia come è l’Irlanda non può essere derubricato ad anomalia». Tanto più che nello spirito della misericordia di Francesco e della Chiesa che non chiude le porta, a un intervento legislativo da parte del governo non si contrapporrebbero «crociate né scontri Stato-Chiesa». L’attenzione nelle gerarchie è confermata anche dalla «sensibilità mostrata dal Sinodo dei vescovi sulla famiglia». Da parte sua, evidenzia, il Papa ha il merito di «aver portato il discorso sul piano della persona».
Rimangono «dei limiti che la dottrina cattolica rileva sul tema del matrimonio e delle unioni», ma oggi «si può parlare di questi argomenti senza paure e senza considerare queste situazioni dei fenomeni da additare». Mogavero lo ha detto chiaro e tondo nel pieno del pieno del dibattito sinodale. «Bisogna superare i pregiudizi ecclesiastici che riducevano l’omosessualità a perversione e pericolo pubblico, il legislatore civile non può far finta che non esistano le unioni gay e le coppie di fatto». Quindi «non hanno alcun fondamento» le proteste dell’episcopato per le proposte di riconoscimento delle coppie gay: «Uno Stato laico non può fare scelte di tipo confessionale e la Chiesa non può interferire nella sfera delle leggi civili». Dublino «non è così lontana». Occorre «prenderne atto con realismo e dare una risposta». «Meglio il dialogo della finzione.
Fonte: La Stampa
Monsignor Casale: «L'omosessualità è ricchezza»
Papa Francesco ha chiesto ai vescovi, riuniti a Roma per il Sinodo sulla famiglia, di parlare con sincerità, schiettezza e onestà.
Monsignor Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia, non se lo è lasciato ripetere due volte.
Lettera43.it lo ha raggiunto a Vallo della Lucania, in provincia di Salerno, dove si è trasferito da qualche tempo.
«LA SESSUALITÀ È LA BELLEZZA DI DIO IN NOI». Sessualità, omosessualità, celibato, comunione ai divorziati risposati, il coming out di Krzysztof Charamsa: monsignor Casale, classe 1923, laureato in teologia, ha risposto su tutto con freschezza e lucidità: «Le dico volentieri come la penso e mi auguro che le cose che le dirò possano diffondersi. Perché bisogna creare una mentalità nuova in un mondo cattolico chiuso, retrogrado, che commette tante porcherie quando ruba e quando imbroglia, e poi diventa 'di naso fine' quando si entra nel campo della sessualità, che è la bellezza di Dio in noi».
Monsignor Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia, non se lo è lasciato ripetere due volte.
Lettera43.it lo ha raggiunto a Vallo della Lucania, in provincia di Salerno, dove si è trasferito da qualche tempo.
«LA SESSUALITÀ È LA BELLEZZA DI DIO IN NOI». Sessualità, omosessualità, celibato, comunione ai divorziati risposati, il coming out di Krzysztof Charamsa: monsignor Casale, classe 1923, laureato in teologia, ha risposto su tutto con freschezza e lucidità: «Le dico volentieri come la penso e mi auguro che le cose che le dirò possano diffondersi. Perché bisogna creare una mentalità nuova in un mondo cattolico chiuso, retrogrado, che commette tante porcherie quando ruba e quando imbroglia, e poi diventa 'di naso fine' quando si entra nel campo della sessualità, che è la bellezza di Dio in noi».
DOMANDA. Come considera l'atteggiamento di papa Francesco rispetto all'accoglienza delle coppie omosessuali da parte della Chiesa?
RISPOSTA. L'atteggiamento del papa è stato molto chiaro. Ha dato dei segnali, pur senza entrare specificatamente nel merito della questione. E ha lasciato al Sinodo la libertà di esaminare il tema, sia a ottobre 2014 sia adesso.
D. Francesco è un riformatore, ma il tema appare particolarmente delicato.
R. Direi che è uno dei più delicati, perché una gran parte del mondo cattolico, dei vescovi e dei preti, non riesce a concepire una sessualità staccata dalla genitalità.
D. Cosa intende?
R. Il Concilio Vaticano II aveva già aperto la strada, dicendo che il fine primario del matrimonio non è la generazione. C'è un fine unico del matrimonio, che è il completamento delle due persone, da cui nasce la generazione.
D. Sta dicendo che il fine del matrimonio non è la procreazione?
R. Dico che la genitalità entra nel complesso della vita matrimoniale, ma non la esaurisce. Si tratta di un concetto che purtroppo non è penetrato nel mondo cattolico. Buona parte di esso è rimasta ferma all'amore genitale, non riesce a concepire l'amore come una relazione interpersonale più vasta, più aperta all'incontro. Ci sono tanti matrimoni senza figli e sono matrimoni validi. Questa concezione di una sessualità unidirezionale, che vede la genitalità come il suo scopo, è una mentalità che non si riesce a superare.
D. Il ragionamento che lei fa vale anche per l'omosessualità?
R. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, per l'esattezza ai paragrafi 2358 e 2359, l'omosessualità non è indicata come un male, come un peccato, bensì come una realtà che bisogna accettare. Però, allo stesso tempo, è considerata una tendenza che non va esercitata. Il Catechismo è rimasto fermo su questa posizione e secondo me qui c'è una contraddizione evidente.
D. In cosa consiste?
R. Nel dire che l'omosessualità è una situazione che riguarda molte persone, che bisogna rispettarla, ma che gli omosessuali sono chiamati alla castità. Se non si tratta di una malattia, se siamo d'accordo che non è un peccato, perché chi non è chiamato per sua scelta al celibato o alla castità deve essere obbligato a evitare l'esercizio della sua sessualità? La sessualità non è solo genitale, finalizzata alla procreazione. È fatta di relazioni, di amicizie, di amplessi. Lo spettro della sessualità è molto più ampio di chi lo riduce solo alla genitalità.
D. Secondo lei, su questo punto, come la pensa davvero papa Francesco?
R. Papa Francesco non vuole procedere con un diktat. Non vuole ripetere, in senso opposto, l'esempio di Paolo VI, che con l'enciclica Humanae Vitaecondannò la contraccezione. Un esempio lampante, perché quel diktat, di fatto, è stato ignorato dal mondo cattolico. Il papa non vuole procedere allo stesso modo. Piuttosto, vuole muovere il Sinodo verso una posizione aperta, che non venga assunta come un'imposizione.
D. Quanto forti sono le resistenze all'interno della Chiesa?
R. Se osserviamo lo svolgimento del Sinodo straordinario notiamo chiaramente come l'iniziale apertura dell'Instrumentum laboris, e poi i contenuti della Relatio post disceptationem, abbiano creato un vero e proprio scompiglio.
D. Cosa è accaduto?
R. L'Instrumentum, cioè il documento di partenza, affermava al paragrafo 117 la necessità di approfondire il senso antropologico e teologico della sessualità umana e delle differenze sessuali tra uomo e donna. Già questo apriva la discussione. Poi è seguito un fatto nuovo. La Relatio post disceptationem, ai paragrafi 50 e 51, affermava che le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. E ci si domandava se la Chiesa fosse in grado di accoglierle, garantendo loro spazio e fraternità. Ma il documento andava anche oltre.
D. Cioè?
R. Affermava in maniera ancora più impegnativa che occorreva elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica che integrassero la dimensione sessuale. Tutto questo, nella Relatio conclusiva, è caduto. Siamo tornati alla vecchia posizione. L'omosessualità è una tendenza che si riscontra in alcune persone, non è un peccato, non è una malattia, però non si può esercitare. Si è tornati alla posizione del Catechismo, secondo cui chi è omosessuale deve essere casto.
RISPOSTA. L'atteggiamento del papa è stato molto chiaro. Ha dato dei segnali, pur senza entrare specificatamente nel merito della questione. E ha lasciato al Sinodo la libertà di esaminare il tema, sia a ottobre 2014 sia adesso.
D. Francesco è un riformatore, ma il tema appare particolarmente delicato.
R. Direi che è uno dei più delicati, perché una gran parte del mondo cattolico, dei vescovi e dei preti, non riesce a concepire una sessualità staccata dalla genitalità.
D. Cosa intende?
R. Il Concilio Vaticano II aveva già aperto la strada, dicendo che il fine primario del matrimonio non è la generazione. C'è un fine unico del matrimonio, che è il completamento delle due persone, da cui nasce la generazione.
D. Sta dicendo che il fine del matrimonio non è la procreazione?
R. Dico che la genitalità entra nel complesso della vita matrimoniale, ma non la esaurisce. Si tratta di un concetto che purtroppo non è penetrato nel mondo cattolico. Buona parte di esso è rimasta ferma all'amore genitale, non riesce a concepire l'amore come una relazione interpersonale più vasta, più aperta all'incontro. Ci sono tanti matrimoni senza figli e sono matrimoni validi. Questa concezione di una sessualità unidirezionale, che vede la genitalità come il suo scopo, è una mentalità che non si riesce a superare.
D. Il ragionamento che lei fa vale anche per l'omosessualità?
R. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, per l'esattezza ai paragrafi 2358 e 2359, l'omosessualità non è indicata come un male, come un peccato, bensì come una realtà che bisogna accettare. Però, allo stesso tempo, è considerata una tendenza che non va esercitata. Il Catechismo è rimasto fermo su questa posizione e secondo me qui c'è una contraddizione evidente.
D. In cosa consiste?
R. Nel dire che l'omosessualità è una situazione che riguarda molte persone, che bisogna rispettarla, ma che gli omosessuali sono chiamati alla castità. Se non si tratta di una malattia, se siamo d'accordo che non è un peccato, perché chi non è chiamato per sua scelta al celibato o alla castità deve essere obbligato a evitare l'esercizio della sua sessualità? La sessualità non è solo genitale, finalizzata alla procreazione. È fatta di relazioni, di amicizie, di amplessi. Lo spettro della sessualità è molto più ampio di chi lo riduce solo alla genitalità.
D. Secondo lei, su questo punto, come la pensa davvero papa Francesco?
R. Papa Francesco non vuole procedere con un diktat. Non vuole ripetere, in senso opposto, l'esempio di Paolo VI, che con l'enciclica Humanae Vitaecondannò la contraccezione. Un esempio lampante, perché quel diktat, di fatto, è stato ignorato dal mondo cattolico. Il papa non vuole procedere allo stesso modo. Piuttosto, vuole muovere il Sinodo verso una posizione aperta, che non venga assunta come un'imposizione.
D. Quanto forti sono le resistenze all'interno della Chiesa?
R. Se osserviamo lo svolgimento del Sinodo straordinario notiamo chiaramente come l'iniziale apertura dell'Instrumentum laboris, e poi i contenuti della Relatio post disceptationem, abbiano creato un vero e proprio scompiglio.
D. Cosa è accaduto?
R. L'Instrumentum, cioè il documento di partenza, affermava al paragrafo 117 la necessità di approfondire il senso antropologico e teologico della sessualità umana e delle differenze sessuali tra uomo e donna. Già questo apriva la discussione. Poi è seguito un fatto nuovo. La Relatio post disceptationem, ai paragrafi 50 e 51, affermava che le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. E ci si domandava se la Chiesa fosse in grado di accoglierle, garantendo loro spazio e fraternità. Ma il documento andava anche oltre.
D. Cioè?
R. Affermava in maniera ancora più impegnativa che occorreva elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica che integrassero la dimensione sessuale. Tutto questo, nella Relatio conclusiva, è caduto. Siamo tornati alla vecchia posizione. L'omosessualità è una tendenza che si riscontra in alcune persone, non è un peccato, non è una malattia, però non si può esercitare. Si è tornati alla posizione del Catechismo, secondo cui chi è omosessuale deve essere casto.
Il coming out di Charamsa? Una scelta non positiva
D. Cosa prevede che deciderà, adesso, il Sinodo ordinario?
R. Prevedo un'uscita morbida, che non risolverà il problema, ma in sostanza dirà: «È una questione da approfondire, lasciamo aperto l'approfondimento». Purtroppo, nel mondo cattolico, quando si parla di omosessualità in molti reagiscono male. L'omosessualità viene vista come il diavolo.
D. Che cos'è invece l'omosessualità, secondo lei?
R. Un diverso orientamento sessuale che mette in evidenza un rapporto affettivo, di stima, tendenzialmente duraturo nel tempo. Un rapporto che consente di affrontare in comune i problemi della vita e che spesso riesce a non cadere in quella sessualità esasperata che oggi colpisce tanti matrimoni eterosessuali, che purtroppo falliscono.
D. Ma il mondo cattolico è pronto per una concezione del genere?
R. Vedo l'apertura di orizzonti nuovi per una sessualità relazionale, che esalti la bellezza di un rapporto fra due persone - anche due maschi o due femmine - che vivono insieme e mettono insieme le loro scelte, i loro problemi. La Chiesa non deve mettere il naso tra le lenzuola delle persone. Lasciamo che le persone vivano la loro sessualità come credono, nell'affetto, nello scambio di un abbraccio, di un bacio, di quello che vogliono. Anche questo è sessualità.
D. È immaginabile una legittimazione dell'omosessualità da parte dei padri sinodali?
R. Mi auguro che al Sinodo prevalga una linea media, che almeno apra delle prospettive, ma non credo che i vescovi arriveranno a legittimare l'omosessualità. Anche se al Sinodo straordinario si è manifestata una forte corrente in tal senso.
D. Sono possibili dei passi in avanti?
R. Per me sarebbe una ricchezza se la Chiesa riuscisse ad acquisire le positività dell'omosessualità in una visione più ampia e più completa della sessualità. Mi auguro che sotto la guida sapiente del papa, con la luce dello Spirito Santo, si possa fare qualche passo avanti per uscire dalla terribile contraddizione in cui si trova oggi la dottrina cattolica.
D. Il cardinale Kasper ha dichiarato che «gay si nasce». È d'accordo?
R. Non è che gay si nasce, gay si diventa, anche. È un fatto psicologico, sociologico, culturale, ambientale. Non tutto dipende dalla biologia. L'omosessualità è una realtà che secondo me fa parte della ricchezza della sessualità umana, che va aperta all'incontro relazionale e va liberata dalla schiavitù del legame con la genitalità, che diventa talvolta brutale e addirittura controproducente.
D. È favorevole alla comunione per i divorziati risposati?
R. Sono favorevole alla riammissione dopo un itinerario penitenziale. Quando ci sono dei figli, una nuova famiglia, dire che un divorziato è in stato di peccato per me è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Ho incontrato molte persone che piangevano per la loro situazione, perché non potevano accostarsi all'eucarestia, che è un sacramento costitutivo del cammino penitenziale dell'uomo. Privare un cristiano dell'eucarestia significa privarlo di tutta la sua ricchezza.
D. Cosa pensa del coming out di monsignor Charamsa?
R. Fare coming out alla vigilia del Sinodo, secondo me, non è stata una scelta positiva. È evidente la volontà di sfruttare il momento. E poi monsignor Charamsa, come prete, era tenuto a osservare il celibato. Lo aveva scelto e quindi, indipendentemente dal suo orientamento, non avrebbe potuto vivere una vita sessuale normale. Detto questo, io non giudico la persona. Dico solo che si è presentato come un prete che ha mancato a un impegno che aveva assunto, mi auguro io, liberamente.
D. Monsignor Charamsa ha sostenuto che l'astinenza totale dalla vita d'amore sia disumana. Non è quello che pensa anche lei?
R. C'è una differenza. Io penso che sia sbagliato vietare la sessualità a chi può legittimamente esercitarla. Vale a dire, a un omosessuale che non ha promesso il celibato, che non ha fatto voto di castità, e che oggi se volesse potrebbe sposarsi.
D. In Italia, per la verità, non potrebbe.
R. Oggi non è consentito, ma speriamo che si arrivi a dare una legittimazione civile alle unioni omosessuali. E chissà, magari più in là... non dico un sacramento, ma almeno una benedizione del Signore, a due persone dello stesso sesso che vogliono stare insieme, che si vogliono bene e vogliono vivere insieme con stabilità. Mi auguro che la Chiesa arrivi a invocare la benedizione di Dio su due omosessuali che vogliono stare insieme e vivere una vita di dedizione reciproca. Questo tirerebbe fuori dalla clandestinità tante persone, forse anche tanti preti che vivono il celibato di malavoglia e chiederebbero di essere liberati dal peso che grava sulla loro coscienza.
D. Nella sua esperienza di vescovo, le è mai capitato di raccogliere la confessione di un prete omosessuale?
R. Sì, ci sono stati alcuni casi. Io ho cercato di aiutare i sacerdoti che si sono confidati con me a recuperare con pazienza la fedeltà al celibato. La situazione del resto non era compromessa, si trattava di sbandate che possono capitare. D'altra parte, oggi si pone il problema: l'omosessuale può essere accolto come prete? Attualmente la Chiesa risponde di no. Anche su questo, però, noi vescovi dovremmo riflettere.
D. In che senso?
R. La castità riguarda in maniera analoga eterosessuali e omosessuali. Il giovane che vuole diventare prete, indipendentemente dall'orientamento sessuale, deve avere la forza, il coraggio, l'aiuto di Dio per vivere la castità. Un impegno che noi vescovi dovremmo esaminare attentamente, con l'aiuto di psicologi e pedagogisti, per valutare se il soggetto è in condizione di assumerlo oppure no.
D. Il celibato per i preti, quindi, rimane un punto fermo anche per lei?
R. Il celibato è un dono e una norma giuridica, ma va ripensato e va vissuto in un clima nuovo, un clima di comunità. Perché un prete solo è un prete che vive di stanchezza, di inquietudine, di solitudine. Dovrebbe vivere in una comunità lieta, fatta non solo di altri preti, ma di uomini e donne insieme. Il prete dovrebbe saper vivere con le famiglie, aprirsi all'amore, avere anche lui degli affetti e delle amicizie, perché non si può chiudere il cuore. Un prete con il cuore chiuso non è capace di fare il padre, di comprendere e accogliere gli altri. Chi ha il cuore duro non sa far altro che sentenziare, e manda via la gente. Diventa una persona anchilosata, incapace di capire gli altri.
D. Quante sono nella Chiesa le persone che condividono i suoi orientamenti?
R. Credo siano in molti, però è necessario che queste idee emergano non come forme di rifiuto di una tradizione millenaria, ma come forme di arricchimento. Occorre conservare quello che c'è di bello nel celibato, ma aprirlo contemporaneamente alla condivisione, alla vita in comune. Infine, a mio parere, sarebbe necessario spostare la scelta del celibato a un'età più matura. C'è un'età in cui i sentimenti e i sensi scoppiano: bisogna superarla per poter dire un 'sì' a occhi aperti e con il cuore sereno.
R. Prevedo un'uscita morbida, che non risolverà il problema, ma in sostanza dirà: «È una questione da approfondire, lasciamo aperto l'approfondimento». Purtroppo, nel mondo cattolico, quando si parla di omosessualità in molti reagiscono male. L'omosessualità viene vista come il diavolo.
D. Che cos'è invece l'omosessualità, secondo lei?
R. Un diverso orientamento sessuale che mette in evidenza un rapporto affettivo, di stima, tendenzialmente duraturo nel tempo. Un rapporto che consente di affrontare in comune i problemi della vita e che spesso riesce a non cadere in quella sessualità esasperata che oggi colpisce tanti matrimoni eterosessuali, che purtroppo falliscono.
D. Ma il mondo cattolico è pronto per una concezione del genere?
R. Vedo l'apertura di orizzonti nuovi per una sessualità relazionale, che esalti la bellezza di un rapporto fra due persone - anche due maschi o due femmine - che vivono insieme e mettono insieme le loro scelte, i loro problemi. La Chiesa non deve mettere il naso tra le lenzuola delle persone. Lasciamo che le persone vivano la loro sessualità come credono, nell'affetto, nello scambio di un abbraccio, di un bacio, di quello che vogliono. Anche questo è sessualità.
D. È immaginabile una legittimazione dell'omosessualità da parte dei padri sinodali?
R. Mi auguro che al Sinodo prevalga una linea media, che almeno apra delle prospettive, ma non credo che i vescovi arriveranno a legittimare l'omosessualità. Anche se al Sinodo straordinario si è manifestata una forte corrente in tal senso.
D. Sono possibili dei passi in avanti?
R. Per me sarebbe una ricchezza se la Chiesa riuscisse ad acquisire le positività dell'omosessualità in una visione più ampia e più completa della sessualità. Mi auguro che sotto la guida sapiente del papa, con la luce dello Spirito Santo, si possa fare qualche passo avanti per uscire dalla terribile contraddizione in cui si trova oggi la dottrina cattolica.
D. Il cardinale Kasper ha dichiarato che «gay si nasce». È d'accordo?
R. Non è che gay si nasce, gay si diventa, anche. È un fatto psicologico, sociologico, culturale, ambientale. Non tutto dipende dalla biologia. L'omosessualità è una realtà che secondo me fa parte della ricchezza della sessualità umana, che va aperta all'incontro relazionale e va liberata dalla schiavitù del legame con la genitalità, che diventa talvolta brutale e addirittura controproducente.
D. È favorevole alla comunione per i divorziati risposati?
R. Sono favorevole alla riammissione dopo un itinerario penitenziale. Quando ci sono dei figli, una nuova famiglia, dire che un divorziato è in stato di peccato per me è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Ho incontrato molte persone che piangevano per la loro situazione, perché non potevano accostarsi all'eucarestia, che è un sacramento costitutivo del cammino penitenziale dell'uomo. Privare un cristiano dell'eucarestia significa privarlo di tutta la sua ricchezza.
D. Cosa pensa del coming out di monsignor Charamsa?
R. Fare coming out alla vigilia del Sinodo, secondo me, non è stata una scelta positiva. È evidente la volontà di sfruttare il momento. E poi monsignor Charamsa, come prete, era tenuto a osservare il celibato. Lo aveva scelto e quindi, indipendentemente dal suo orientamento, non avrebbe potuto vivere una vita sessuale normale. Detto questo, io non giudico la persona. Dico solo che si è presentato come un prete che ha mancato a un impegno che aveva assunto, mi auguro io, liberamente.
D. Monsignor Charamsa ha sostenuto che l'astinenza totale dalla vita d'amore sia disumana. Non è quello che pensa anche lei?
R. C'è una differenza. Io penso che sia sbagliato vietare la sessualità a chi può legittimamente esercitarla. Vale a dire, a un omosessuale che non ha promesso il celibato, che non ha fatto voto di castità, e che oggi se volesse potrebbe sposarsi.
D. In Italia, per la verità, non potrebbe.
R. Oggi non è consentito, ma speriamo che si arrivi a dare una legittimazione civile alle unioni omosessuali. E chissà, magari più in là... non dico un sacramento, ma almeno una benedizione del Signore, a due persone dello stesso sesso che vogliono stare insieme, che si vogliono bene e vogliono vivere insieme con stabilità. Mi auguro che la Chiesa arrivi a invocare la benedizione di Dio su due omosessuali che vogliono stare insieme e vivere una vita di dedizione reciproca. Questo tirerebbe fuori dalla clandestinità tante persone, forse anche tanti preti che vivono il celibato di malavoglia e chiederebbero di essere liberati dal peso che grava sulla loro coscienza.
D. Nella sua esperienza di vescovo, le è mai capitato di raccogliere la confessione di un prete omosessuale?
R. Sì, ci sono stati alcuni casi. Io ho cercato di aiutare i sacerdoti che si sono confidati con me a recuperare con pazienza la fedeltà al celibato. La situazione del resto non era compromessa, si trattava di sbandate che possono capitare. D'altra parte, oggi si pone il problema: l'omosessuale può essere accolto come prete? Attualmente la Chiesa risponde di no. Anche su questo, però, noi vescovi dovremmo riflettere.
D. In che senso?
R. La castità riguarda in maniera analoga eterosessuali e omosessuali. Il giovane che vuole diventare prete, indipendentemente dall'orientamento sessuale, deve avere la forza, il coraggio, l'aiuto di Dio per vivere la castità. Un impegno che noi vescovi dovremmo esaminare attentamente, con l'aiuto di psicologi e pedagogisti, per valutare se il soggetto è in condizione di assumerlo oppure no.
D. Il celibato per i preti, quindi, rimane un punto fermo anche per lei?
R. Il celibato è un dono e una norma giuridica, ma va ripensato e va vissuto in un clima nuovo, un clima di comunità. Perché un prete solo è un prete che vive di stanchezza, di inquietudine, di solitudine. Dovrebbe vivere in una comunità lieta, fatta non solo di altri preti, ma di uomini e donne insieme. Il prete dovrebbe saper vivere con le famiglie, aprirsi all'amore, avere anche lui degli affetti e delle amicizie, perché non si può chiudere il cuore. Un prete con il cuore chiuso non è capace di fare il padre, di comprendere e accogliere gli altri. Chi ha il cuore duro non sa far altro che sentenziare, e manda via la gente. Diventa una persona anchilosata, incapace di capire gli altri.
D. Quante sono nella Chiesa le persone che condividono i suoi orientamenti?
R. Credo siano in molti, però è necessario che queste idee emergano non come forme di rifiuto di una tradizione millenaria, ma come forme di arricchimento. Occorre conservare quello che c'è di bello nel celibato, ma aprirlo contemporaneamente alla condivisione, alla vita in comune. Infine, a mio parere, sarebbe necessario spostare la scelta del celibato a un'età più matura. C'è un'età in cui i sentimenti e i sensi scoppiano: bisogna superarla per poter dire un 'sì' a occhi aperti e con il cuore sereno.
Fonte: Lettera 43
venerdì 16 ottobre 2015
Una riflessione sul DDL Cirinnà (unioni civili) e sulla discussione che ha riguardato Mancuso
Cercando di lasciare da parte ogni pregiudizio personale, etico e/o politico vorrei cercare, cum brevis verbis, di dare una spiegazione ed un interpretazione di quelle che sono le attuali posizioni nella tematica in oggetto.
Nonostante il mio intento di imparzialità, per non indurre un qualsiasi potenziale lettore nel trovare interpretazioni lontane dalla mia, dichiaro già da subito la mia adesione ed il mio sostegno a questo Disegno di Legge (DdL), che ha come primo firmatario la senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà.
Fatta questa premessa, che trovo doverosa, inizio quella che è la mia umile analisi.
Da qualche mese è "fermo" nella commissione giustizia del Senato della Repubblica il disegno di legge che, dovrebbe, portare anche in Italia una regolamentazione di quelle che sono le Unioni Civili tra persone dello stesso sesso. Tale legge suscita, da un parte, speranze e aspettative in quella che è la comunità LGBT in Italia, dall'altra preoccupazioni all'interno dell'ambiente conservatore (sia esso cattolico o della società civile).
Tale legge che, ricordo, non è un matrimonio "gay" (lo scrivo etichettato perché personalmente preferisco la parola EGUALITARIO), andrebbe a regolamentare le unioni non solo tra le tanto nominate coppie di fatto (etero o gay), che è disposto dall'art. 2 del DDL ma istituirebbe anche in Italia il registro sulle unioni civili, nuovo istituto giuridico, che si riferisce all'articolo 2 della nostra costituzione, per le coppie omosessuali. Molti esponenti della comunità LGBT, hanno criticato questa legge, ritenendola nuovamente come un "contentino" alla «comunità» e etichettandola come un compromesso al ribasso dovuto alle diverse posizioni presenti non solo nello scenario politico italiano ma soprattutto, individuando in questo DDL, una sintesi «imperfetta» delle diverse posizioni presenti in quello che è il principale partito di governo e del centrosinistra italiano (ed io aggiungerei anche europeo).
Tali critiche ritengo che siano attualmente infondate, non solo perché in Italia non è possibile, per ragioni costituzionali, approvare un matrimonio egualitario, ma anche per un rispetto di quella diversità doverosa presente nella svariate compagini della società civile.
Fra tutti, l'articolo che divide di più, tuttavia resta l'articolo che fa riferimento alla stepchild adoption, già in passato (vedi su questo blog), ho difeso la presenza di questo punto nella legge, eppure, nonostante l'apertura di una buona parte del mondo politico italiano questo tema continua a dividere.
Avendo già affrontato l'argomento trovo inopportuno dover nuovamente soffermarmi sulle ragioni che mi portano a sostenere questa legge, non solo nel suo intento primario, ma anche nei diversi punti che la compongono, per tanto, in sintesi, riporto solo una mia breve riflessioni su quella che è la mia personale posizioni sulle famiglie omo genitoriali.
In questi giorni, accanto alla discussione del DDL Cirinnà, nel mondo gay si è aperta un aspra critica nei confronti di Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay e attuale fondatore e presidente di Equality Italia, in merito ad un suo articolo di "condanna", se così si può dire, sulla genitorialità omosessuale che si ottiene mediante utero in affitto (non uso altri nomi per definire tale pratica).
In poche parole, l'ex presidente di Arcigay ha sostenuto quanto sostengo io da anni, ovvero che il ricorso all'utero in affitto non è altro che una volgare strumentalizzazione del corpo della donna. Premesso che questa polemica è totalmente inutile, perché il disegno di legge non introduce, per fortuna, mi permetto di dire, in Italia tale pratica di fecondazione assistita, è tuttavia una discussione particolarmente viva negli ultimi giorni.
Le argomentazioni addotte a difesa di un eventuale famiglia arcobaleno sono diverse, quali ad esempio la stessa capacità di amare (dote che non metto sicuramente in dubbio), e la possibilità di procreare (?!?!?!).
Non voglio metter benzina su fuoco, ma per ragioni di carattere BIOLOGICO, due uomini o due donne, nonostante si possano amare incondizionatamente e infinitamente, non possono avere figli. Questo è un limite naturale. Non sfruttiamo l'argomento "natura" solo quando ci fa comodo, ad esempio per giustificare gli atteggiamenti omosex presenti in diverse razze animali.
La capacità di crescere non è la stessa cosa di procreare. Per tali ragioni io condivido e giustifico quelle che sono le posizioni di Mancuso in materia di genitorialità. Si può e si deve ragionare per un apertura eventuale ad un adozione, visto che, credo, un bambino preferisca vivere con Franco e Giovanni piuttosto che in una casa famiglia, ma non si può e non si deve aprire sull'utero in affitto. In tal modo mi chiedo, che fine ha fatto la dignità della donna?!
domenica 4 ottobre 2015
TANTO RUMORE PER NULLA
Nonostante non sia io il diretto interessato, e nonostante non spetterebbe a me spiegare il perché di certe decisioni prese dalla Santa Sede, spreco lo stesso cinque minuti del mio tempo a cercare di spiegare il motivo di tanto (inutile) caos mediatico.
Nella foto, che ha fatto il giro del web, trovate l'ormai ex mons. Krzysztof Charamsa, uno dei massimi prelati del Vaticano, con il suo compagno.
La notizia che un "monsignor" si sia dichiarato omosessuale ha girato ovunque, con annessa la sua sospensione dagli incarichi ecclesiastici. Ma... vi siete informati un po' sulle motivazioni della sospensione/revoca?
Ecco in poche righe, anzi in poche parole, ve la dico io: il mancato rispetto del celibato e/o promessa di castità. Si può non condividere quest'aspetto della vita "vocazionale" ma purtroppo, volenti o dolenti, fa parte di chi intraprende un certo percorso.
Camillo Benso, conte di Cavour, diceva «libera chiesa in libero stato». Ecco, forse dovremmo riflette un po' di più su questo aforisma. In passato molti sacerdoti si sono dichiarati apertamente gay, e non è stato preso, ovviamente, nessun tipo di provvedimento, perché questi stessi hanno rispettato la promessa di castità fatta nel momento dell'ordinazione. Inoltre, ci tengo a ricordare, che la chiesa non condanna l'omosessualità in quanto tale, ma la sua pratica, in quanto lega l'atto sessuale unicamente a fini procreativi (il tutto stabilito con il concilio tridentino del 1545 che modificò quanto detto dal concilio di Nicea - 325 d.C. - non solo per risposta alla "riforma" protestante ma anche in tutela del matrimonio e della legittimità dei figli).
Altra nota dolente sono stati i commenti in critica al celibato dei sacerdoti (se i preti si potessero sposare non sarebbero pedofili.. Se i preti si potessero sposare non avrebbero l'amante), premesso che pedofilia e altro genere di perversioni non sono causati dalla castità, altrimenti non esisterebbero "padri" stupratori e premesso che il tema della castità è un qualcosa che riguarda le questioni interne ad un istituzione che esiste da oltre 2000 anni, trovo questa decisione, intrapresa sempre nel concilio di Trento, saggia e degna di nota.
La scelta del sacerdozio deve essere e deve rimanere una vocazione, con una famiglia accanto rischierebbe di diventare un lavoro.
Detto ciò, un ultima riflessione.
Trovo la decisione di Charamsa (ex ultra conservatore), come un evento studiato a tavolino con lo scopo di costruire una bomba mediatica, mentre molti cardinali e padri sinodali (vedi Kasper), lavorano da anni nel silenzio mediatico per portare avanti la causa ( o quanto meno la questione ) dell'omosessualità all'interno del mondo cattolico.
Mons. Kasper non è l'unico che si è pronunciato a favore, dando notevoli segnali di apertura ( «gay si nasce» «anche loro possono portare doni alla chiesa»). Già nel 2012 l'ormai fu mons. Martini si pronunciò a favore delle unioni civili, arrivando ad affermare che i cattolici non si dovevano opporre a quest'ultime. Anche don Fumagalli, teologo e docente presso l'università Lateranense, ha aperto sull'argomento, affermando che si può «dare la vita anche dandosi all'altro». Interpretando in chiave completamente diversa il tema dell'«aprirsi alla vita» (tema centrale nella discussione sull'omosessualità).
Concludo dicendo che è questa la chiesa di cui anche io mi sento parte integrante, una chiesa che si "apre" all'altro, che non si chiude riversa su se stessa, una chiesa che accoglie e non chiude le porte in faccia a nessuno, una chiesa che riconosce che i tempi sono cambiati ma che non rinuncia ai suoi precetti fondamentali, quali l'amore di se e per l'altro, il rispetto del proprio corpo, il perdono e la misericordia.
Non guardiamo solo dove vogliamo, cerchiamo di guardare la realtà a 360°!
(mi scuso per eventuali errori, la stanchezza si fa sentire. Grazie!)
Nella foto, che ha fatto il giro del web, trovate l'ormai ex mons. Krzysztof Charamsa, uno dei massimi prelati del Vaticano, con il suo compagno.
La notizia che un "monsignor" si sia dichiarato omosessuale ha girato ovunque, con annessa la sua sospensione dagli incarichi ecclesiastici. Ma... vi siete informati un po' sulle motivazioni della sospensione/revoca?
Ecco in poche righe, anzi in poche parole, ve la dico io: il mancato rispetto del celibato e/o promessa di castità. Si può non condividere quest'aspetto della vita "vocazionale" ma purtroppo, volenti o dolenti, fa parte di chi intraprende un certo percorso.
Camillo Benso, conte di Cavour, diceva «libera chiesa in libero stato». Ecco, forse dovremmo riflette un po' di più su questo aforisma. In passato molti sacerdoti si sono dichiarati apertamente gay, e non è stato preso, ovviamente, nessun tipo di provvedimento, perché questi stessi hanno rispettato la promessa di castità fatta nel momento dell'ordinazione. Inoltre, ci tengo a ricordare, che la chiesa non condanna l'omosessualità in quanto tale, ma la sua pratica, in quanto lega l'atto sessuale unicamente a fini procreativi (il tutto stabilito con il concilio tridentino del 1545 che modificò quanto detto dal concilio di Nicea - 325 d.C. - non solo per risposta alla "riforma" protestante ma anche in tutela del matrimonio e della legittimità dei figli).
Altra nota dolente sono stati i commenti in critica al celibato dei sacerdoti (se i preti si potessero sposare non sarebbero pedofili.. Se i preti si potessero sposare non avrebbero l'amante), premesso che pedofilia e altro genere di perversioni non sono causati dalla castità, altrimenti non esisterebbero "padri" stupratori e premesso che il tema della castità è un qualcosa che riguarda le questioni interne ad un istituzione che esiste da oltre 2000 anni, trovo questa decisione, intrapresa sempre nel concilio di Trento, saggia e degna di nota.
La scelta del sacerdozio deve essere e deve rimanere una vocazione, con una famiglia accanto rischierebbe di diventare un lavoro.
Detto ciò, un ultima riflessione.
Trovo la decisione di Charamsa (ex ultra conservatore), come un evento studiato a tavolino con lo scopo di costruire una bomba mediatica, mentre molti cardinali e padri sinodali (vedi Kasper), lavorano da anni nel silenzio mediatico per portare avanti la causa ( o quanto meno la questione ) dell'omosessualità all'interno del mondo cattolico.
Mons. Kasper non è l'unico che si è pronunciato a favore, dando notevoli segnali di apertura ( «gay si nasce» «anche loro possono portare doni alla chiesa»). Già nel 2012 l'ormai fu mons. Martini si pronunciò a favore delle unioni civili, arrivando ad affermare che i cattolici non si dovevano opporre a quest'ultime. Anche don Fumagalli, teologo e docente presso l'università Lateranense, ha aperto sull'argomento, affermando che si può «dare la vita anche dandosi all'altro». Interpretando in chiave completamente diversa il tema dell'«aprirsi alla vita» (tema centrale nella discussione sull'omosessualità).
Concludo dicendo che è questa la chiesa di cui anche io mi sento parte integrante, una chiesa che si "apre" all'altro, che non si chiude riversa su se stessa, una chiesa che accoglie e non chiude le porte in faccia a nessuno, una chiesa che riconosce che i tempi sono cambiati ma che non rinuncia ai suoi precetti fondamentali, quali l'amore di se e per l'altro, il rispetto del proprio corpo, il perdono e la misericordia.
Non guardiamo solo dove vogliamo, cerchiamo di guardare la realtà a 360°!
(mi scuso per eventuali errori, la stanchezza si fa sentire. Grazie!)
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