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sabato 17 ottobre 2015

“La Chiesa non può interferire. Basta ignorare le coppie gay”

Ai governanti spetta il compito di normare l’esistente». Perciò «in Italia non si può far finta che le unioni gay non esistano e che non ci siano diritti da riconoscere a queste coppie». L’esito del referendum irlandese, osserva il vescovo di Mazara del Vallo, Domenico Mogavero, canonista e commissario Cei per l’immigrazione, «non va ignorato nel nostro paese».  

Un’analisi lucida, senza fughe in avanti o sottovalutazione della portata del cambiamento. «In Irlanda il primo ministro Enda Kenny ha fatto i conti con la realtà: anche in Italia il governo deve prendere atto che esistono centinaia di migliaia di convivenze tra persone dello stesso sesso». Realtà che «hanno diritto a una regolamentazione». Anche la Chiesa deve fare la sua parte. «Noi come vescovi siamo chiamati ad accompagnare e assistere le persone nelle situazioni concrete in cui si svolge la loro vita piuttosto che a condannare ed escludere». Insomma, una voce autorevole dell’episcopato italiano ritiene che la vicenda irlandese suoni come un campanello anche per Matteo Renzi. Da Pantelleria, dove è in prima linea nel soccorso dei «boat people», l’ex sottosegretario Cei unisce alla missione di pastore la formazione da giurista: «Non si può nascondere la testa sotto la sabbia e lasciare una realtà sociale diffusa senza riconoscimento giuridico». E «i gay non sono malati da curare e sia nell’azione del legislatore, sia nella pastorale della Chiesa al centro deve esserci sempre la persona». E ciò a maggior ragione perché «non tutti hanno una professione di fede e i non credenti hanno parimenti diritto a veder tutelato un loro diritto di dignità». Senso pratico maturato nella decennale esperienza al fianco di Camillo Ruini al vertice della Chiesa italiana. Né barricate né sacri strali . Politica e cura d’anime. Ovunque.  

La valanga dei sì alle nozze gay si riverbera da Dublino a Roma. «Quello che è accaduto in un paese più cattolico dell’Italia come è l’Irlanda non può essere derubricato ad anomalia». Tanto più che nello spirito della misericordia di Francesco e della Chiesa che non chiude le porta, a un intervento legislativo da parte del governo non si contrapporrebbero «crociate né scontri Stato-Chiesa». L’attenzione nelle gerarchie è confermata anche dalla «sensibilità mostrata dal Sinodo dei vescovi sulla famiglia». Da parte sua, evidenzia, il Papa ha il merito di «aver portato il discorso sul piano della persona».  

Rimangono «dei limiti che la dottrina cattolica rileva sul tema del matrimonio e delle unioni», ma oggi «si può parlare di questi argomenti senza paure e senza considerare queste situazioni dei fenomeni da additare». Mogavero lo ha detto chiaro e tondo nel pieno del pieno del dibattito sinodale. «Bisogna superare i pregiudizi ecclesiastici che riducevano l’omosessualità a perversione e pericolo pubblico, il legislatore civile non può far finta che non esistano le unioni gay e le coppie di fatto». Quindi «non hanno alcun fondamento» le proteste dell’episcopato per le proposte di riconoscimento delle coppie gay: «Uno Stato laico non può fare scelte di tipo confessionale e la Chiesa non può interferire nella sfera delle leggi civili». Dublino «non è così lontana». Occorre «prenderne atto con realismo e dare una risposta». «Meglio il dialogo della finzione. 

Fonte: La Stampa

Monsignor Casale: «L'omosessualità è ricchezza»

Papa Francesco ha chiesto ai vescovi, riuniti a Roma per il Sinodo sulla famiglia, di parlare con sincerità, schiettezza e onestà.
Monsignor Giuseppe Casale, arcivescovo emerito di Foggia, non se lo è lasciato ripetere due volte.
Lettera43.it lo ha raggiunto a Vallo della Lucania, in provincia di Salerno, dove si è trasferito da qualche tempo.
«LA SESSUALITÀ È LA BELLEZZA DI DIO IN NOI». Sessualità, omosessualità, celibato, comunione ai divorziati risposati, il coming out di Krzysztof Charamsa: monsignor Casale, classe 1923, laureato in teologia, ha risposto su tutto con freschezza e lucidità: «Le dico volentieri come la penso e mi auguro che le cose che le dirò possano diffondersi. Perché bisogna creare una mentalità nuova in un mondo cattolico chiuso, retrogrado, che commette tante porcherie quando ruba e quando imbroglia, e poi diventa 'di naso fine' quando si entra nel campo della sessualità, che è la bellezza di Dio in noi».

DOMANDA. Come considera l'atteggiamento di papa Francesco rispetto all'accoglienza delle coppie omosessuali da parte della Chiesa?
RISPOSTA. L'atteggiamento del papa è stato molto chiaro. Ha dato dei segnali, pur senza entrare specificatamente nel merito della questione. E ha lasciato al Sinodo la libertà di esaminare il tema, sia a ottobre 2014 sia adesso.
D. Francesco è un riformatore, ma il tema appare particolarmente delicato.
R.
 Direi che è uno dei più delicati, perché una gran parte del mondo cattolico, dei vescovi e dei preti, non riesce a concepire una sessualità staccata dalla genitalità.
D. Cosa intende?
R.
 Il Concilio Vaticano II aveva già aperto la strada, dicendo che il fine primario del matrimonio non è la generazione. C'è un fine unico del matrimonio, che è il completamento delle due persone, da cui nasce la generazione.
D. Sta dicendo che il fine del matrimonio non è la procreazione?
R. Dico che la genitalità entra nel complesso della vita matrimoniale, ma non la esaurisce. Si tratta di un concetto che purtroppo non è penetrato nel mondo cattolico. Buona parte di esso è rimasta ferma all'amore genitale, non riesce a concepire l'amore come una relazione interpersonale più vasta, più aperta all'incontro. Ci sono tanti matrimoni senza figli e sono matrimoni validi. Questa concezione di una sessualità unidirezionale, che vede la genitalità come il suo scopo, è una mentalità che non si riesce a superare.
D. Il ragionamento che lei fa vale anche per l'omosessualità?
R. Nel Catechismo della Chiesa cattolica, per l'esattezza ai paragrafi 2358 e 2359, l'omosessualità non è indicata come un male, come un peccato, bensì come una realtà che bisogna accettare. Però, allo stesso tempo, è considerata una tendenza che non va esercitata. Il Catechismo è rimasto fermo su questa posizione e secondo me qui c'è una contraddizione evidente.
D. In cosa consiste?
R.
 Nel dire che l'omosessualità è una situazione che riguarda molte persone, che bisogna rispettarla, ma che gli omosessuali sono chiamati alla castità. Se non si tratta di una malattia, se siamo d'accordo che non è un peccato, perché chi non è chiamato per sua scelta al celibato o alla castità deve essere obbligato a evitare l'esercizio della sua sessualità? La sessualità non è solo genitale, finalizzata alla procreazione. È fatta di relazioni, di amicizie, di amplessi. Lo spettro della sessualità è molto più ampio di chi lo riduce solo alla genitalità.
D. Secondo lei, su questo punto, come la pensa davvero papa Francesco?
R. Papa Francesco non vuole procedere con un diktat. Non vuole ripetere, in senso opposto, l'esempio di Paolo VI, che con l'enciclica Humanae Vitaecondannò la contraccezione. Un esempio lampante, perché quel diktat, di fatto, è stato ignorato dal mondo cattolico. Il papa non vuole procedere allo stesso modo. Piuttosto, vuole muovere il Sinodo verso una posizione aperta, che non venga assunta come un'imposizione.
D. Quanto forti sono le resistenze all'interno della Chiesa?
R. Se osserviamo lo svolgimento del Sinodo straordinario notiamo chiaramente come l'iniziale apertura dell'Instrumentum laboris, e poi i contenuti della Relatio post disceptationem, abbiano creato un vero e proprio scompiglio.
D. Cosa è accaduto?
R. L'Instrumentum, cioè il documento di partenza, affermava al paragrafo 117 la necessità di approfondire il senso antropologico e teologico della sessualità umana e delle differenze sessuali tra uomo e donna. Già questo apriva la discussione. Poi è seguito un fatto nuovo. La Relatio post disceptationem, ai paragrafi 50 e 51, affermava che le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. E ci si domandava se la Chiesa fosse in grado di accoglierle, garantendo loro spazio e fraternità. Ma il documento andava anche oltre.
D. Cioè?
R. Affermava in maniera ancora più impegnativa che occorreva elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica che integrassero la dimensione sessuale. Tutto questo, nella Relatio conclusiva, è caduto. Siamo tornati alla vecchia posizione. L'omosessualità è una tendenza che si riscontra in alcune persone, non è un peccato, non è una malattia, però non si può esercitare. Si è tornati alla posizione del Catechismo, secondo cui chi è omosessuale deve essere casto.

Il coming out di Charamsa? Una scelta non positiva

D. Cosa prevede che deciderà, adesso, il Sinodo ordinario?
R. Prevedo un'uscita morbida, che non risolverà il problema, ma in sostanza dirà: «È una questione da approfondire, lasciamo aperto l'approfondimento». Purtroppo, nel mondo cattolico, quando si parla di omosessualità in molti reagiscono male. L'omosessualità viene vista come il diavolo.
D. Che cos'è invece l'omosessualità, secondo lei?
R. Un diverso orientamento sessuale che mette in evidenza un rapporto affettivo, di stima, tendenzialmente duraturo nel tempo. Un rapporto che consente di affrontare in comune i problemi della vita e che spesso riesce a non cadere in quella sessualità esasperata che oggi colpisce tanti matrimoni eterosessuali, che purtroppo falliscono.
D. Ma il mondo cattolico è pronto per una concezione del genere?
R. Vedo l'apertura di orizzonti nuovi per una sessualità relazionale, che esalti la bellezza di un rapporto fra due persone - anche due maschi o due femmine - che vivono insieme e mettono insieme le loro scelte, i loro problemi. La Chiesa non deve mettere il naso tra le lenzuola delle persone. Lasciamo che le persone vivano la loro sessualità come credono, nell'affetto, nello scambio di un abbraccio, di un bacio, di quello che vogliono. Anche questo è sessualità.
D. È immaginabile una legittimazione dell'omosessualità da parte dei padri sinodali?
R. Mi auguro che al Sinodo prevalga una linea media, che almeno apra delle prospettive, ma non credo che i vescovi arriveranno a legittimare l'omosessualità. Anche se al Sinodo straordinario si è manifestata una forte corrente in tal senso.
D. Sono possibili dei passi in avanti?
R. Per me sarebbe una ricchezza se la Chiesa riuscisse ad acquisire le positività dell'omosessualità in una visione più ampia e più completa della sessualità. Mi auguro che sotto la guida sapiente del papa, con la luce dello Spirito Santo, si possa fare qualche passo avanti per uscire dalla terribile contraddizione in cui si trova oggi la dottrina cattolica.
D. Il cardinale Kasper ha dichiarato che «gay si nasce». È d'accordo?
R.
 Non è che gay si nasce, gay si diventa, anche. È un fatto psicologico, sociologico, culturale, ambientale. Non tutto dipende dalla biologia. L'omosessualità è una realtà che secondo me fa parte della ricchezza della sessualità umana, che va aperta all'incontro relazionale e va liberata dalla schiavitù del legame con la genitalità, che diventa talvolta brutale e addirittura controproducente.
D. È favorevole alla comunione per i divorziati risposati?
R. Sono favorevole alla riammissione dopo un itinerario penitenziale. Quando ci sono dei figli, una nuova famiglia, dire che un divorziato è in stato di peccato per me è una cosa che non sta né in cielo né in terra. Ho incontrato molte persone che piangevano per la loro situazione, perché non potevano accostarsi all'eucarestia, che è un sacramento costitutivo del cammino penitenziale dell'uomo. Privare un cristiano dell'eucarestia significa privarlo di tutta la sua ricchezza.
D. Cosa pensa del coming out di monsignor Charamsa?
R. Fare coming out alla vigilia del Sinodo, secondo me, non è stata una scelta positiva. È evidente la volontà di sfruttare il momento. E poi monsignor Charamsa, come prete, era tenuto a osservare il celibato. Lo aveva scelto e quindi, indipendentemente dal suo orientamento, non avrebbe potuto vivere una vita sessuale normale. Detto questo, io non giudico la persona. Dico solo che si è presentato come un prete che ha mancato a un impegno che aveva assunto, mi auguro io, liberamente.
D. Monsignor Charamsa ha sostenuto che l'astinenza totale dalla vita d'amore sia disumana. Non è quello che pensa anche lei?
R.
 C'è una differenza. Io penso che sia sbagliato vietare la sessualità a chi può legittimamente esercitarla. Vale a dire, a un omosessuale che non ha promesso il celibato, che non ha fatto voto di castità, e che oggi se volesse potrebbe sposarsi.
D. In Italia, per la verità, non potrebbe.
R. Oggi non è consentito, ma speriamo che si arrivi a dare una legittimazione civile alle unioni omosessuali. E chissà, magari più in là... non dico un sacramento, ma almeno una benedizione del Signore, a due persone dello stesso sesso che vogliono stare insieme, che si vogliono bene e vogliono vivere insieme con stabilità. Mi auguro che la Chiesa arrivi a invocare la benedizione di Dio su due omosessuali che vogliono stare insieme e vivere una vita di dedizione reciproca. Questo tirerebbe fuori dalla clandestinità tante persone, forse anche tanti preti che vivono il celibato di malavoglia e chiederebbero di essere liberati dal peso che grava sulla loro coscienza.
D. Nella sua esperienza di vescovo, le è mai capitato di raccogliere la confessione di un prete omosessuale?
R.
 Sì, ci sono stati alcuni casi. Io ho cercato di aiutare i sacerdoti che si sono confidati con me a recuperare con pazienza la fedeltà al celibato. La situazione del resto non era compromessa, si trattava di sbandate che possono capitare. D'altra parte, oggi si pone il problema: l'omosessuale può essere accolto come prete? Attualmente la Chiesa risponde di no. Anche su questo, però, noi vescovi dovremmo riflettere.
D. In che senso?
R. La castità riguarda in maniera analoga eterosessuali e omosessuali. Il giovane che vuole diventare prete, indipendentemente dall'orientamento sessuale, deve avere la forza, il coraggio, l'aiuto di Dio per vivere la castità. Un impegno che noi vescovi dovremmo esaminare attentamente, con l'aiuto di psicologi e pedagogisti, per valutare se il soggetto è in condizione di assumerlo oppure no.
D. Il celibato per i preti, quindi, rimane un punto fermo anche per lei?
R.
 Il celibato è un dono e una norma giuridica, ma va ripensato e va vissuto in un clima nuovo, un clima di comunità. Perché un prete solo è un prete che vive di stanchezza, di inquietudine, di solitudine. Dovrebbe vivere in una comunità lieta, fatta non solo di altri preti, ma di uomini e donne insieme. Il prete dovrebbe saper vivere con le famiglie, aprirsi all'amore, avere anche lui degli affetti e delle amicizie, perché non si può chiudere il cuore. Un prete con il cuore chiuso non è capace di fare il padre, di comprendere e accogliere gli altri. Chi ha il cuore duro non sa far altro che sentenziare, e manda via la gente. Diventa una persona anchilosata, incapace di capire gli altri.
D. Quante sono nella Chiesa le persone che condividono i suoi orientamenti?
R.
 Credo siano in molti, però è necessario che queste idee emergano non come forme di rifiuto di una tradizione millenaria, ma come forme di arricchimento. Occorre conservare quello che c'è di bello nel celibato, ma aprirlo contemporaneamente alla condivisione, alla vita in comune. Infine, a mio parere, sarebbe necessario spostare la scelta del celibato a un'età più matura. C'è un'età in cui i sentimenti e i sensi scoppiano: bisogna superarla per poter dire un 'sì' a occhi aperti e con il cuore sereno.

Fonte: Lettera 43

venerdì 16 ottobre 2015

Una riflessione sul DDL Cirinnà (unioni civili) e sulla discussione che ha riguardato Mancuso


Cercando di lasciare da parte ogni pregiudizio personale, etico e/o politico vorrei cercare, cum brevis verbis, di dare una spiegazione ed un interpretazione di quelle che sono le attuali posizioni nella tematica in oggetto.

Nonostante il mio intento di imparzialità, per non indurre un qualsiasi potenziale lettore nel trovare interpretazioni lontane dalla mia, dichiaro già da subito la mia adesione ed il mio sostegno a questo Disegno di Legge (DdL), che ha come primo firmatario la senatrice del Partito Democratico Monica Cirinnà.


Fatta questa premessa, che trovo doverosa, inizio quella che è la mia umile analisi.
Da qualche mese è "fermo" nella commissione giustizia del Senato della Repubblica il disegno di legge che, dovrebbe, portare anche in Italia una regolamentazione di quelle che sono le Unioni Civili tra persone dello stesso sesso. Tale legge suscita, da un parte, speranze e aspettative in quella che è la comunità LGBT in Italia, dall'altra preoccupazioni all'interno dell'ambiente conservatore (sia esso cattolico o della società civile).

Tale legge che, ricordo, non è un matrimonio "gay" (lo scrivo etichettato perché personalmente preferisco la parola EGUALITARIO), andrebbe a regolamentare le unioni non solo tra le tanto nominate coppie di fatto (etero o gay), che è disposto dall'art. 2 del DDL ma istituirebbe anche in Italia il registro sulle unioni civili, nuovo istituto giuridico, che si riferisce all'articolo 2 della nostra costituzione, per le coppie omosessuali. Molti esponenti della comunità LGBT, hanno criticato  questa legge, ritenendola nuovamente come un "contentino" alla «comunità» e etichettandola come un compromesso al ribasso dovuto alle diverse posizioni presenti non solo nello scenario politico italiano ma soprattutto, individuando in questo DDL, una sintesi «imperfetta» delle diverse posizioni presenti in quello che è il principale partito di governo e del centrosinistra italiano (ed io aggiungerei anche europeo).

Tali critiche ritengo che siano attualmente infondate, non solo perché in Italia non è possibile, per ragioni costituzionali, approvare un matrimonio egualitario, ma anche per un rispetto di quella diversità doverosa presente nella svariate compagini della società civile.

Fra tutti, l'articolo che divide di più, tuttavia resta l'articolo che fa riferimento alla stepchild adoption, già in passato (vedi su questo blog), ho difeso la presenza di questo punto nella legge, eppure, nonostante l'apertura di una buona parte del mondo politico italiano questo tema continua a dividere.
Avendo già affrontato l'argomento trovo inopportuno dover nuovamente soffermarmi sulle ragioni che mi portano a sostenere questa legge, non solo nel suo intento primario, ma anche nei diversi punti che la compongono, per tanto, in sintesi, riporto solo una mia breve riflessioni su quella che è la mia personale posizioni sulle famiglie omo genitoriali.

 In questi giorni, accanto alla discussione del DDL Cirinnà, nel mondo gay si è aperta un aspra critica nei confronti di Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay e attuale fondatore e presidente di Equality Italia, in merito ad un suo articolo di "condanna", se così si può dire, sulla genitorialità omosessuale che si ottiene mediante utero in affitto (non uso altri nomi per definire tale pratica).

In poche parole, l'ex presidente di Arcigay ha sostenuto quanto sostengo io da anni, ovvero che il ricorso all'utero in affitto non è altro che una volgare strumentalizzazione del corpo della donna. Premesso che questa polemica è totalmente inutile, perché il disegno di legge non introduce, per fortuna, mi permetto di dire, in Italia tale pratica di fecondazione assistita, è tuttavia una discussione particolarmente viva negli ultimi giorni.

Le argomentazioni addotte a difesa di un eventuale famiglia arcobaleno sono diverse, quali ad esempio la stessa capacità di amare (dote che non metto sicuramente in dubbio), e la possibilità di procreare (?!?!?!).

Non voglio metter benzina su fuoco, ma per ragioni di carattere BIOLOGICO, due uomini o due donne, nonostante si possano amare incondizionatamente e infinitamente, non possono avere figli. Questo è un limite naturale. Non sfruttiamo l'argomento "natura" solo quando ci fa comodo, ad esempio per giustificare gli atteggiamenti omosex presenti in diverse razze animali.

La capacità di crescere non è la stessa cosa di procreare. Per tali ragioni io condivido e giustifico quelle che sono le posizioni di Mancuso in materia di genitorialità. Si può e si deve ragionare per un apertura eventuale ad un adozione, visto che, credo, un bambino preferisca vivere con Franco e Giovanni piuttosto che in una casa famiglia, ma non si può e non si deve aprire sull'utero in affitto. In tal modo mi chiedo, che fine ha fatto la dignità della donna?!

domenica 4 ottobre 2015

TANTO RUMORE PER NULLA

Nonostante non sia io il diretto interessato, e  nonostante non spetterebbe a me spiegare il perché di certe decisioni prese dalla Santa Sede, spreco lo stesso cinque minuti del mio tempo a cercare di spiegare il motivo di tanto (inutile) caos mediatico.

Nella foto, che ha fatto il giro del web, trovate l'ormai ex mons. Krzysztof Charamsa, uno dei massimi prelati del Vaticano, con il suo compagno.

La notizia che un "monsignor" si sia dichiarato omosessuale ha girato ovunque, con annessa la sua sospensione dagli incarichi ecclesiastici. Ma... vi siete informati un po' sulle motivazioni della sospensione/revoca?

Ecco in poche righe, anzi in poche parole, ve la dico io: il mancato rispetto del celibato e/o promessa di castità. Si può non condividere quest'aspetto della vita "vocazionale" ma purtroppo, volenti o dolenti, fa parte di chi intraprende un certo percorso.

Camillo Benso, conte di Cavour, diceva «libera chiesa in libero stato». Ecco, forse dovremmo riflette un po' di più su questo aforisma. In passato molti sacerdoti si sono dichiarati apertamente gay, e non è stato preso, ovviamente, nessun tipo di provvedimento, perché questi stessi hanno rispettato la promessa di castità fatta nel momento dell'ordinazione. Inoltre, ci tengo a ricordare, che la chiesa non condanna l'omosessualità in quanto tale, ma la sua pratica, in quanto lega l'atto sessuale unicamente a fini procreativi (il tutto stabilito con il concilio tridentino del 1545 che modificò quanto detto dal concilio di Nicea - 325 d.C. - non solo per risposta alla "riforma" protestante ma anche in tutela del matrimonio e della legittimità dei figli).

Altra nota dolente sono stati i commenti in critica al celibato dei sacerdoti (se i preti si potessero sposare non sarebbero pedofili.. Se i preti si potessero sposare non avrebbero l'amante), premesso che pedofilia e altro genere di perversioni non sono causati dalla castità, altrimenti non esisterebbero "padri" stupratori e premesso che il tema della castità è un qualcosa che riguarda le questioni interne ad un istituzione che esiste da oltre 2000 anni, trovo questa decisione, intrapresa sempre nel concilio di Trento, saggia e degna di nota.

La scelta del sacerdozio deve essere e deve rimanere una vocazione, con una famiglia accanto rischierebbe di diventare un lavoro.

Detto ciò, un ultima riflessione.
Trovo la decisione di Charamsa (ex ultra conservatore), come un evento studiato a tavolino con lo scopo di costruire una bomba mediatica, mentre molti cardinali e padri sinodali (vedi Kasper), lavorano da anni nel silenzio mediatico per portare avanti la causa ( o quanto meno la questione ) dell'omosessualità all'interno del mondo cattolico.

Mons. Kasper non è l'unico che si è pronunciato a favore, dando notevoli segnali di apertura ( «gay si nasce» «anche loro possono portare doni alla chiesa»). Già nel 2012 l'ormai fu mons. Martini si pronunciò a favore delle unioni civili, arrivando ad affermare che i cattolici non si dovevano opporre a quest'ultime. Anche don Fumagalli, teologo e docente presso l'università Lateranense, ha aperto sull'argomento, affermando che si può «dare la vita anche dandosi all'altro». Interpretando in chiave completamente diversa il tema dell'«aprirsi alla vita» (tema centrale nella discussione sull'omosessualità).

Concludo dicendo che è questa la chiesa di cui anche io mi sento parte integrante, una chiesa che si "apre" all'altro, che non si chiude riversa su se stessa, una chiesa che accoglie e non chiude le porte in faccia a nessuno, una chiesa che riconosce che i tempi sono cambiati ma che non rinuncia ai suoi precetti fondamentali, quali l'amore di se e per l'altro, il rispetto del proprio corpo, il perdono e la misericordia.

Non guardiamo solo dove vogliamo, cerchiamo di guardare la realtà a 360°!

(mi scuso per eventuali errori, la stanchezza si fa sentire. Grazie!)

mercoledì 25 dicembre 2013

Salva Roma e la questione Acea

Mentre l’Italia era distratta dai preparativi per il cenone (che quest’anno per molte famiglie è stato molto “magro”), al Senato si discuteva del DL Salva-Roma, detto anche Lanzillotta – Ichino, dove all’interno dello stesso vi era una clausola in merito alla riduzione del pacchetto azionario del Comune di Roma nelle quote dell' Acea e un taglio delle spese previste per il personale del colosso idro-elettrico.

Nelle scorse ore è stata una vera guerra tra le varie forze politiche che compongono  il parlamento.

In breve il DL originariamente com’era stato strutturato dai due firmatari prevedeva la cessione di una consistente parte del pacchetto azionario del Comune, restando tuttavia il socio di maggioranza relativa (la partecipazione sarebbe scesa al 30% del capitale).

Il taglio al personale invece era stato giustificato con le recenti assunzioni, in particolare quelle avvenute durante la giunta Alemmano, le quali, al dire della senatrice Lanzillotta, avrebbe utilizzato l’azienda romana come un’area per creare clientelismo.


Negli ultimi anni la municipalizzata ha chiuso sempre bilanci in passivo e, per evitare il default, era necessaria un’ulteriore ricapitalizzazione che sarebbe, in virtù della partecipazione pubblica, gravata sui cittadini romani.

Il già precario bilancio della capitale rischiava di non poter far fronte alle necessità aziendali.

Nello stesso emendamento, infatti, era previsto un ulteriore aumento delle addizionali Irpef dallo 0,9% al 1,2% che avrebbe garantito al comune un introito che si aggirava tra i 130 e i 150 milioni di euro.

Ma la guerra in senato non ha portato né vincitori né vinti. Il decreto è stato annacquato dall’opposizione, portando le forze che compongo la maggioranza a dividersi.

Il "nuovo DL" non prevede né l’aumento delle addizionali né la riduzione delle quote.

Ora, andando oltre la pura “cronaca”, vorrei fare una piccola riflessione in merito alla società romana, che mi vede particolarmente coinvolto e, purtroppo, ben informato sul suo andamento, in virtù del fatto che sono un “ex” dipendente, uno dei tanti giovani che per un motivo o per un altro si è trovato a rispondere al Contact Center dell’azienda.

La privatizzazione, così com’era stata formulata, non portava nessun miglioramento né gestionale né qualitativo, aveva come unico ripiego il minor peso del comune e dunque il rischio di cadere in minoranza davanti ai soci privati. Inoltre il taglio al personale non rappresenta la soluzione, sicuramente molte persone sono state assunte negli ultimi cinque/sei anni, molte delle quali vicine all’ex sindaco Alemanno, ma molte altre sono entrate grazie ai propri meriti.

La società romana non funziona, e dunque si trova in passivo, perché è gestita male. La principale responsabilità va all’eccesso di “burocrazia” e alle lobby create dietro taluni servizi.

Ho visto distacchi di servizi idrici a condomini per una bolletta, rimborsi che sono dati dopo oltre un anno, quando le direttive, e la legge, dicono ben altro.

La società non deve esser competitiva sul mercato, almeno per la parte idrica, visto che c’è il monopolio, ma deve offrire un servizio di qualità. Per far questo occorre un cambio che parte dall’alto. Non è più accettabile vedere dirigenti che svolgono secondi lavori.

La soluzione migliore, a mio modesto parere, sarebbe la vendita della parte elettrica, mantenendo la reta e il servizio idrico, permettendo a quest’ultima la partecipazione, in proporzione ai numeri degli abitanti, dei singoli comuni gestiti da Ato2.

venerdì 29 novembre 2013

Finisce il "ventennio"?





Seppur un po’ in ritardo, volevo dedicare due righe sulla decadenza del “cavaliere” di cui, personalmente, non ho festeggiato, non tanto per una vicinanza politica o personale, quanto per un’immagine internazionale del paese.


Lo scorso 27 novembre è stata approvata dal senato la “non convalida dell’elezione”, ergo la sua decadenza. In questi ultimi mesi giornali e televisioni non hanno parlato d’altro, monopolizzando l’informazione sul dibattito cavaliere sì, cavaliere no tralasciando i reali problemi del paese. Da appassionato di storia sono convinto che “l’era berlusconiana” (che temo non sia ancora finita) sarà riportata sui libri in quanto in un modo o in un altro ha segnato un’intera generazione, ma, purtroppo per lui, non sarà ricordata come un’era “florida” o comunque degna di nota, ma come un’era dove ha regnato la mediocrità e l’interesse personale. Conosco molto bene la storia contemporanea, avendo avuto modo di approfondirla in più contesti, ma soprattutto conosco molto bene la storia politica italiana degli ultimi sessanta/settant’anni e sono convinto che con la nascita della “seconda repubblica” non ci sia stato nessun miglioramento e che, quel signore che da qualche giorno non è più senatore, l’abbia resa più barbara e sporca. Le conseguenze? I populisti, facendo demagogia e falsa propaganda,  in Italia ottengono il 25% dei consensi.


La cosa che oggi più mi stupisce e vedere ancora persone “fedeli” a Berlusconi, quasi a volerlo divinizzare, e mi sconvolge sentire in televisione politici che, cercando un appiglio per difenderlo, attaccano perennemente la magistratura che, con i suoi limiti e difetti, e comunque una delle massime autorità dello stato.

Non voglio soffermarmi oltre, è stato detto veramente di tutto su quest’argomento e ogni altro elemento sarebbe superfluo. Per ora ho fiducia nel governo Letta che, seppur passato alle “piccole intese”, vedo solido e pronto a fare le riforme necessarie del paese, non essendo più ricattato da Forza Italia (ex PDL). Inoltre spero che quest’evento crei, o meglio ripristini, quella dialettica politica basata sui contenuti ideologici delle singole forze che compongono il parlamento e sui problemi reali del paese, dimenticando i vari salvacondotti personali.

Sono convinto che finalmente si potrà parlare di tematiche vere, tangibili, che ci toccano da vicino, perché appartengono al quotidiano.

Per ora guardo con fiducia al congresso del PD, che mi sta coinvolgendo sempre di più, invitando tutti a partecipare.